Cultura in rete

Come si investe nella cultura?Scopriamolo con Monithon

Vi siete mai chiesti come si investono i fondi pubblici destinati alla cultura?
Grazie a Monithon, oggi potete rivolgere la domanda agli addetti ai lavori, avrete diritto a ricevere una risposta.
 Monithon -monitoring marathon- è un’iniziativa indipendente di monitoraggio civico dei progetti finanziati dalle politiche europee.
Il progetto prende forma dall’idea che un ricercatore esperto, un giornalista o anche un semplice cittadino curioso sia interessato a raccogliere informazioni sull’andamento dei progetti finanziati.
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 L’iniziativa si richiama alla più ampia disciplina  dell’open government, una dottrina in base alla  quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, in termini di trasparenza e di partecipazione diretta al processo decisionale.
Con tali premesse è nato Open Coesione, il portale per la diffusione e il riutilizzo pubblico di dati e informazioni sugli interventi delle politiche di coesione sociale, cioè quelle politiche che utilizzano fondi pubblici, nazionali ed europei, per appianare le differenze di sviluppo tra i diversi territori del nostro Paese.
Monithon, grazie proprio a questa ampia disponibilità di dati, intende favorire il controllo civico su tali investimenti e riavvicinare i cittadini al mondo delle politiche pubbliche.
Ciascuno di noi può diventare un monithorer ed organizzare la sua giornata di monitoraggio, raccogliendo informazioni ed evidenze sui progetti finanziati e sui risultati prodotti attraverso visite in loco, interviste o analisi e raccolta di dati sul web.
 Strumento importante di tale “controllo” è il report finale richiesto, pubblicato sul portale di Monithon.
Sabato 22/02, in occasione dell’Open Data Day, in diverse città italiane si sono svolti dei monitoring.
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A Torino, @urukwavu e @ire_rete hanno organizzato un Monithon presso il Museo delle Antichità Egizie, interessato da consistenti interventi di rifunzionalizzazione, ampliamento, restauro e messa in sicurezza dell’intero stabile. Ho partecipato anche io all’iniziativa.
Ecco una sintesi della giornata.
In una splendida sala all’ultimo piano dell’edificio, priva di wifi, 18 cittadini hanno avuto modo di approfondire con i responsabili dei lavori le diverse fasi del progetto ancora in corso.
 Il costo complessivo dei lavori è di circa 50 mln di Euro, stanziati da: MibacT, Regione Piemonte, Provincia di Torino, Città di Torino, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Unione Europea.
 I lavori sono iniziati nel 2011 e si concluderanno a fine marzo 2015. Il museo è sempre rimasto aperto.
 Per questo motivo sono state necessarie particolari attenzioni per permette una co-presenza visitatori/ lavoratori  in modo da non disturbare entrambi.
Esempio: si è ideato il cantiere-evento, in cui le delimitazioni sono divenute allestimenti per comunicare i lavori.
 Per ogni Mln di Euro spesi, la fondazione fa scattare lo stato avanzamento lavori, per ricevere dai finanziatori la cifra spesa e pagare le imprese coinvolte,in modo da limitare la loro esposizione finanziaria.
Inoltre il museo richiede alle imprese di informare sui pagamento di tutta la filiera di subappalto.
Il progetto di riqualificazione prevede una particolare attenzione all’accessibilità: lo spazio visita, così come gli spazi che sorgeranno ex-novo, saranno ideati per permettere l’accesso a tutti, anche disabili.
Alla conclusione dei lavori il museo sarà un percorso concepito per essere fruito partendo dall’ultimo dall’ultimo piano.
Tutti i servizi saranno affidati ad aziende esterne (Biglietteria, didattica, visite guidate, sorveglianza, ecc.).
 La Fondazione Museo Egizio, attualmente, ha meno di dieci dipendenti.
Sarà per questo che non si preoccupa di gestire il suo account Twitter, aperto ma mai “abitato”.
Ad onor di cronaca bisogna dire che l’architetto, molto gentile e disponibile non ha risposto proprio a tutte le domande, rimandando agli uffici di competenza specifici.
Per concludere la mattinata è stata realizzata una visita guidata al museo, che conta possiede 6.000 opere esposte e ben 25.000 conservate in magazzino.
Tra l’altro è una delle poche realtà in Italia in cui è possibile scattare fotografie. Ma a Torino questa è una scelta condivisa anche da altri musei, dei quali ho parlato in altre occasioni.
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Personalmente trovo davvero interessante Il progetto Monithon: un modo per scoprire luoghi nuovi e per imparare.
Ritengo che  cercare di approfondire ciò che ci accade intorno é condizione indispensabile per essere parte consapevole e attiva dei cambiamenti che avvengono.
E credo che questa iniziativa sia un bel percorso per costruire una rete di conoscenza, consapevolezza e condivisione.
E voi conoscete luoghi della cultura per i quali sono stati investiti finanziamenti comunitari?
Se si, visitateli e fateci sapere.
Se desiderate dare un’occhiata ai progetti monitorati potete visitare la pagina dedicata del portale Monithon.
 Per l’incontro avvenuto al Museo Egizio potete seguire i tweet con hashtag #museoegizio, e dare un’occhiata allo Storify realizzato da @paolalilianab.
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Musei in digitale

#openculture, gli open data escono dai musei con Fondazione Torino Musei

Palazzo Madama, particolare dell'Aula del Senato

Palazzo Madama, particolare dell’Aula del Senato

Cosa significa per la cultura essere aperta?

Significa che il settore culturale beneficia dei fenomeni derivanti dal mondo digitale,  come quello degli ”open data”, dandogli un significato concreto attraverso la condivisione delle proprie banche dati.

Open data è un termine inglese che indica una tipologia di dati liberamente accessibili a tutti, privi di brevetti o forme di controllo che ne limitano la riproduzione.

Una best practice in tal senso ci viene, ancora una volta, dalla realtà culturale torinese.

Sabato scorso, in occasione dell’International Open Data Day, la Fondazione Torino Musei ha messo a disposizione di tutti i propri dati. Gli utenti interessati possono accedere al sito web dedicato e scaricare gratuitamente i dataset riguardanti i musei della Fondazione: Palazzo Madama, Museo d’Arte Orientale (MAO), Galleria d’Arte Moderna (GAM), Borgo Medievale.

I dati sono suddivisi nelle seguenti categorie

  • COLLEZIONI elenchi e schede anagrafiche di tutte le opere presenti nei cataloghi, corredate da fotografia a bassa risoluzione
  • AFFLUENZA DI PUBBLICO  elenchi dei dati di affluenza divisi per data e tipologia di biglietto emesso
  • RESTAURI elenco di tutti gli interventi conclusi negli anni 2012/13; schede opere, tipologia di intervento, ecc.
  • PRESTITI  lista completa di tutti i prestiti  effettuati dai musei nel biennio2012/13
  • METRICHE ANALYTICS dataset relativi alle metriche Google Analytics dei siti web del 2013
  • SOCIAL MEDIA dati relativi alle metriche chiave Facebook Insight 2013

I dataset sono distribuiti con licenza Creative Commons 3.0

Nella giornata di sabato scorso, inoltre, GAM e Palazzo Madama hanno ospitato tre tavoli di lavoro, a cura di esperti del settore, per approfondire i temi legati all’ iniziativa: Open Data, Data Visualitazion e Licenze Creative Commons.

La scelta della Fondazione, per ora unico esempio italiano, si inserisce in un percorso che a livello europeo vede coinvolti importanti musei come il British Museum e la Tate Gallery a Londra.

Se volete approfondire l’argomento seguite su Twitter gli Hashtag #openglam e #openculture.

Ed ora tocca alla società civile, a noi tutti sfruttare al meglio le possibilità offerte. Ci sono diversi modi per elaborare questa enorme serie di informazioni: potrebbero essere la fonte di molte tesi di laurea, o ispirare articoli di riviste specifiche. Si potrebbero utilizzare per sviluppare Applicazioni, o ancora potrebbero essere integrate con altre informazioni e generare infografiche dettagliate.

Avete altre idee? Segnalate pure e, soprattutto, utilizziamoli!

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Cultura in rete, Musei in digitale

Contest di PubCoder, un’occasione anche per i musei?

Ho letto qualche giorno fa, su Zooppa, un contest interessante lanciato dalla Start-up torinese PubCoder, e mi è sembrato che potesse interessare anche i musei. 

Mi spiego subito. 

Zooppa

È una piattaforma internazionale che opera nel campo del crowdsourcing e dello user generated content: le aziende in cerca di idee creative si iscrivono e lanciano un contest con premi in denaro per i vincitori. I creativi partecipano con le proprie idee.

Nasce in H-Farm nel 2007 e oggi è una società americana con sede a Seattle. 

Tra i suoi clienti Google, Samsung, Telecom Italia, tanto per intenderci.

Di cosa tratta il contest 

Crea il libro del futuro

Viene richiesto di creare un libro digitale interattivo, utilizzando il software di PubCoder, scaricabile gratuitamente sul sito della startup. 

“Un libro che racconti una storia, sfruttando al meglio le possibilità dei nuovi tablet; realizzato per creare un’esperienza di lettura altamente coinvolgente e progettato per essere guardato, toccato, ascoltato. Un libro fatto da chi è capace di tornare ad essere piccolo, di riflettere e divertirsi in modo sorprendente e inaspettato.

Abbiamo creato un software che dà l’opportunità di fondere armoniosamente gesti, parole, animazioni, video, azioni e reazioni.”

E’ possibile presentare anche solo una parte del libro, dando però un’idea complessiva dello storyboard e della realizzazione.

 Il contest, promosso da PubCoder in collaborazione con De Agostini Libri e Bologna Children’s Book Fair, chiuderà il 14/03/2014, alle ore 15.00.

 PubCoder ha realizzato un software che permette agli utenti di creare con semplicità libri interattivi digitali, esportabili in seguito come ebook per iBooks, Readium,Kobo e Kindle. 

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La mia idea

Credo sia un esperimento da provare anche in ambito museale.

Il libro potrebbe raccontare la collezione del museo e la sua storia o anche solo una mostra temporanea importante, con contenuti creati ad hoc (storie, giochi, ecc.) per il pubblico più giovane.

Sarebbe un’occasione per coinvolgere e divertire quella precisa fascia di utenti, arricchire la loro esperienza di visita ma soprattutto proseguire un dialogo tra musei e bambini/ragazzi.

Tutto sommato, sono loro i visitatori del futuro.

 

Foto: style.it

 

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Cultura in rete

500 giovani per la cultura, io non dissento

Da pochi giorni è uscito il bando ufficiale del Mibact “500 giovani per la cultura“.

Il Ministro Massimo Bray lo ha annunciato anche attraverso il suo account Twitter.

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Il bando avvia ufficialmente la procedura concorsuale pubblica per la selezione di 500 giovani laureati da formare, per la durata di dodici mesi, nelle attività di inventariazione e digitalizzazione del patrimonio culturale italiano, presso gli istituti e i luoghi di cultura statali.

In breve i punti salienti del bando.

REQUISITI PER PARTECIPARE ALLA SELEZIONE

  • Laureati che alla data di entrata in vigore del decreto legge 8 agosto 2013 non abbiano compiuto trentacinque anni.
  • Diploma di laurea conseguito con il voto minimo di 110/110.
  • Certificazione Internazionale delle competenze linguistiche di livello B2 della lingua inglese
  • Possesso della cittadinanza italiana
  • Godimento dei diritti civili e politici
  • Assenza di condanne penali

Nell’allegato 1 troverete il numero di posti disponibili in ogni Regione e l’ambito disciplinare dei giovani da selezionare.

Nel secondo allegato sono elencati i punteggi attribuiti ai diversi requisiti richiesti.

Nell’allegato 3 sono elencate tutte le classi di laurea e i relativi codici.

Non sono richieste solo competenze umanistiche, ma anche competenze in ambito informatico, tecnico e gestionale.

Le domande devono pervenire in via telematica entro il 21/01/2014 alle ore 14.00.

Il candidato deve allegare alla domanda il proprio CV, nel quale siano evidenziati il titolo di studio e i requisiti richiesti.

Coloro che superano una prima selezione per titolo sono ammessi ad un test con quiz a risposta multipla.

Al termine della procedura, saranno ammessi al programma formativo coloro che otterranno un punteggio utile al contingente previsto dalla Regione in cui sono candidati.

MODALITÀ DI SVOLGIMENTO DEL PROGRAMMA FORMATIVO E DURATA

I ragazzi selezionati saranno formati per dodici mesi presso gli istituti e i luoghi della cultura statali individuati dall’Amministrazione e si occuperanno dell’inventariazione e della digitalizzazione del patrimonio culturale italiano.

L’impegno orario del giovane da formare non potrà essere inferiore alle 30 ore settimanali e superiore alle 35 ore settimanali.

Il programma formativo non dà luogo in alcun modo ad un rapporto di lavoro subordinato, quindi non è applicabile la normativa prevista per quel tipo di contratto.

Il candidato selezionato non può ricoprire i ruoli necessari all’organizzazione dell’istituto presso il quale svolge la sua formazione, nè sostituire il personale in caso di malattie e assenze di vario genere.

Al termine del programma formativo viene rilasciato un attestato di partecipazione a coloro che hanno portato a termine il progetto; suddetto attestato è valutabile per eventuali procedure selettive del Mibact.

INDENNITÀ DI PARTECIPAZIONE DEL PROGRAMMA SELETTIVO

Per i candidati ammessi al programma formativo è prevista la corresponsione di un’indennità di partecipazione: 5.000€ annui.

Si tratta di una cifra al lordo e comprensiva anche della quota assicurativa.

Qui finisce la cronaca e divampa la polemica.

Su Twitter l’hashtag scelto per protestare è #500schiavi

Su Facebook potete cercare la pagina 500 NO al Mibact

Ad infuriarsi sono tutti i professionisti che lavorano oggi nel mondo della cultura, con, come ho rilevato dai tweet, una forte presenza di archeologi.

Capisco bene la loro rabbia, è molto duro fare l’archeologo in Italia.

Un lavoro faticoso e spesso mal pagato.

Riporto alcuni tweet significativi

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Attraverso  le pagine de “L’Unità“, il presidente della Confederazione Italiana Archeologi, Alessandro Pintucci, ha scritto una lettera di dissenso indirizzata al Ministro Bray.

È in corso una petizione nei confronti del Provvedimento del Ministero.

E, infine, come si legge in un tweet allegato, l’11 gennaio 2014 è prevista una manifestazione di protesta.

Credo che, per ora, il grosso del fronte della protesta sia questo.

Non ho riportato i blogger che avranno scritto in merito, come anche tanti altri articoli. Perdonatemi.

Io, invece, non sono affatto d’accordo con la polemica.

Conosco e condivido il risentimento di tutti coloro che lavorano nel settore culturale e che subiscono la frustrazione di lavori non riconosciuti e spesso sottopagati.

Ma non posso credere che ancora ci sia chi si sorprende che il Mibact non offra assunzioni.

Siamo in crisi ragazzi miei, smettetela di aspettarvi assunzioni. Non è assolutamente il momento storico per parlare in questi termini.

Il Ministero offre un PROGRAMMA FORMATIVO, che dà la possibilità ai giovani selezionati di acquisire importanti CAPACITÀ DIGITALI, fondamentali oggi nel mondo del lavoro e ancor di più nel settore cultura.

Probabilmente poca cosa per un trentenne, che ha concluso un master per il quale ha pagato, dopo uno stage gratuito, e attualmente disoccupato.

Ma potrebbe essere un progetto interessante per un giovane laureato. Anziché un master, potrebbe scegliere questo percorso, che non mi pare da buttar via.

Il vostro primo lavoro da giovani laureati come è stato?

Il mio primo lavoro vero dopo la laurea è stato un apprendistato di un anno.

Ho ancora le buste paga: prendevo poco più di 400€ e lavoravo 40 ore settimanali in un cantiere di restauro all’aperto.

Finito il periodo di formazione, ho iniziato a lavorare come professionista con contratti diversi.

Non bisogna illudersi, sono tempi difficili, e questa non mi sembra un’iniziativa da rifiutare tout court.

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Musei in digitale

Innovazione e musei: la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli

image L’idea di scrivere questo post mi è venuta ascoltando l’intervento di Elena Olivero (@OliveroEle) responsabile comunicazione e Social Media presso la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, in occasione della Tavola Rotonda “Musei e nuove tecnologie, cosa ne pensano i musei che le stanno sperimentando” tenutasi a Torino lo scorso aprile.

La dottoressa Olivero ha descritto la strategia scelta dalla Pinacoteca per rendere l’esperienza di fruizione del visitatore maggiormente coinvolgente: l’inserimento di Codici bidimensionali (QR) all’interno della mostra permanente.

Mi è piaciuta l’idea, personalmente non conosco molti altri casi simili in Italia per il settore museale, e così ho deciso di approfondire la conoscenza della loro esperienza con un’intervista. Quella che segue è la sintesi di una lunga e piacevole chiacchierata, attraverso la quale ho potuto approfondire strategie e obiettivi.

L’ISPIRAZIONE, LA REALIZZAZIONE TECNICA

La motivazione principale di tale scelta è stata quella di migliorare e arricchire la user experience, ispirandosi in particolar modo ad esperienze museali estere. Prima di decidere il tipo di tecnologia da utilizzare sono state analizzate anche esperienze simili in Italia, come, ad esempio, le Applicazioni di altri musei, analizzando in ogni dettaglio struttura e contenuti.

“Ci siamo messe nei panni del visitatore ed abbiamo pensato ed agito come farebbe una persona che decide di visitare un museo, per cercare di creare un servizio davvero utile e facilmente utilizzabile” spiega la dottoressa, Marta Barcaro (@MartaBarcaro), storica dell’arte, responsabile del progetto assieme alla dottoressa Olivero.

Dopo aver optato per l’utilizzo di codici QR, e quindi scegliendo modalità di approfondimento durante la visita, è stato realizzato un progetto di fattibilità per analizzare il processo in maniera approfondita. La presenza di uno sponsor come ENI ha consentito di sviluppare il progetto.

Il primo passo è stato la scelta dei contenuti, avvenuta secondo un preciso percorso filologico e criteri di ricerca storico-artistica. Un altro aspetto preso in considerazione, è stato garantire al visitatore una buona navigazione persmartphone e tablet; lo sponsor tecnico Replay ha creato una piattaforma ad hoc.

Un'immagine della galleria, da paperblog.com

Un’immagine della galleria, da paperblog.com

COMUNICARE LA NOVITA’

La novità  QR code è stata annunciata durante i festeggiamenti del decennale del museo (settembre 2012) che hanno prodotto  una grande affluenza di pubblico.

In questo modo si è potuto dare maggior risalto e grande notorietà diretta all’iniziativa. La campagna di sensibilizzazione è partita con qualche giorno di anticipo. Ogni visitatore è stato informatodella  possibilità di arricchire il percorso di visita con l’utilizzo dei codici QR,  fruibili attraverso il proprio dispositivo mobile o  il tablet messo gratuitamente a disposizione dalla Pinacoteca.

Un addetto forniva informazioni e istruzioni, oltre a materiale cartaceo. Il servizio è sempre attivo e gratuito per l’utente e periodicamente, ovvero durante i giorni di maggiore affluenza come nei weekend o nei periodi di festività, l’iniziativa è promossa attraverso l’uso di tablet gratuiti per i visitatori.

LA REAZIONE DEL PUBBLICO

Il pubblico ha reagito in maniera differenziata, a seconda dell’età e della predisposizione all’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito culturale.

Gli over 60 non sono interessati all’argomento, probabilmente perché  hanno poca dimestichezza con i supporti multimediale.

La fascia d’età tra i 40 e i 60 è incuriosita e utilizza prevalentemente il proprio smartphone.

Gli “autonomi”, cioè gli appassionati di tecnologia, accolgono con entusiasmo l’iniziativa; attentissimi ad ogni dettaglio e pronti ad appuntare ogni piccolo errore.

I ragazzini, contrariamente alle previsioni, non usano molto i codici, però scattano tantissime foto.

CONTENUTI AGGIUNTIVI VS FRUIZIONE DIRETTA  DELL’OPERA D’ARTE

Uno degli aspetti insiti in questo tipo di servizio, può essere quello di creare contenuti che distraggono eccessivamente l’utente rispetto alla visita reale. Il lavoro realizzato non è  in concorrenza con il percorso della mostra, ma lo integra.

Per tale motivo la Pinacoteca ha scelto molto accuratamente  i contenuti da “aggiungere”.
Sempre per lo stesso motivo ha deciso di proporre approfondimenti per ciascun artista e non per ogni opera in mostra. Sono state scelte notizie curiose, alcuni video realizzati dalla Pinacoteca e mini-interviste al presidenteGinevra Elkann al fine di avvicinare il visitatore al collezionista.

STATISTICHE
Vi piacciono i numeri?  Eccone qualcuno, tenendo presente che dietro le statistiche e i grafici è necessario anche un attento lavoro di interpretazione dei dati.

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Per Marta Barcaro ed Elena Olivero ha contato molto il confronto con le altre realtà torinesi: entrambe si auspicano che ci possano essere sempre più occasioni, pubbliche e non, di confronto e di scambio di conoscenze.

IL FUTURO

Per ogni mostra temporanea si cerca di generare un Codice QR specifico.

E’ in cantiere un altro approfondimento sulla storia della Pinacoteca, legandola al contesto Lingotto: un racconto tra archeologia industriale, architettura contemporanea e storia, davvero molto affascinante.

Chi non conosce questa storia, può leggerla qui.

Nel futuro c’è anche un sogno: realizzare un progetto di realtà aumentata per rivedere “dal vivo” le auto storiche correre durante i collaudi sulla pista del Lingotto.

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Amedeo Modigliani, “Nudo coricato”, 1917

RIFLESSIONI

La chiacchierata/intervista ha generato anche alcune riflessioni.

Quelle di Elena
“Per ora abbiamo scelto la strada dell’arricchimento della visita, ma ora ne stiamo valutando anche altre , ossia: che cosa si aspetta una persona prima della visita di un museo, e come cambiano la sua percezione e le sue considerazioni sullo stesso dopo la visita? Cosa possiamo fare per migliorare, arricchire, proseguire questi due aspetti della comunicazione con loro?”

Quelle di Marta
“Ci piacerebbe che i codici fossero utilizzati di più, per questo ritengo sia necessaria una costante attenzione alla comunicazione della notizia all’entrata. Non bastano i depliant messi a disposizione e la vetrofania di fianco alle casse, le persone hanno bisogno anche di precise istruzioni. E’ un servizio impegnativo per noi, ma cerchiamo di fornirlo ogni volta che possiamo”

Le mie
Vorrei solo sottolineare un aspetto che può essere passato in secondo piano, ma che ritengo molto importante ribadire. Le responsabili del progetto e della comunicazione del museo, sono due donne con competenze ben distinte ma che si integrano.

La dottoressa Marta Barcaro, Storica dell’Arte e la dottoressa Elena Olivero, specialista in Scienze della Comunicazione.
Le persone giuste, con le adeguate competenze, nei posti giusti: semplice, no?

Le infografiche riguardo le statistiche sono state gentilmente fornite dalla Pinacoteca.

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Musei in digitale

Nuove tecnologie per una mostra, alla Galleria d’arte Moderna di Torino

Secondo il censimento Istat in Italia è solo il 3,4% dei musei ad aver predisposto applicazioni per smartphone e tablet.
Un numero piuttosto esiguo, non trovate?

A Torino ci sono ben due casi di progetti museali che hanno previsto tali applicazioni, una percentuale alta visto la tendenza: la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli e la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (GAM).

Dal momento che ogni museo è una realtà unica nel suo genere e che di volta in volta cambiano strategie, scelte e obiettivi, credo sia interessante approfondire entrambe queste esperienze; per questo ho intervistato in due occasioni i curatori.

Quello che vi propongo in questo post è la sintesi della mia prima intervista/chiacchierata, con il curatore del progetto svoltosi alla GAM.

Il progetto didascalie interattive (QRCode)  e realtà aumentata (Augmentity Reality) è stato utilizzato nella mostra temporanea dedicata a Salvatore Scarpitta, svoltasi nei mesi di ottobre 2012/ febbraio 2013.

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Il progetto è stato proposto e curato dal dottor Rocco Alberto Currà(@MacNitto), che in quei mesi ha svolto lì, e precisamente nell’ufficio mostre, il tirocinio del master in Management, marketing e multimedialità per i beni e le attività culturali, con il tutoraggio del Dott. Gregorio Mazzonis, responsabile dell’Ufficio.

“Rimanendo affascinato da questo susseguirsi di lavori che sono l’ombra alla luce di un quadro, una scultura, un’istallazione, ho voluto lasciare una parte delle mie conoscenze a servizio del visitatore.
Quindi, con il consenso del Direttore, Professor Danilo Eccher, ho pensato di curare un piccolo progetto che potesse affiancare il lungo lavoro fatto dall’ufficio mostre al quale sono stato assegnato.
L’idea è nata da un personale interesse nell’approfondire la conoscenza dell’arte contemporanea e dal desiderio di aggiungere contenuti alle didascalie che spesso recano solo brevi informazioni che non soddisfano la curiosità di chi, come me, vuole conoscere a fondo un’opera d’arte.
Il mio grande interesse per questi temi e la mia passione per le istituzioni museali mi hanno convinto a presentare il progetto al Direttore che, riconoscendone gli aspetti estremamente positivi per il pubblico e la totale gratuità del servizio, mi ha appoggiato nella realizzazione di questa mia idea”

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Il lavoro, come già accennato sopra, ha interessato le opere in mostra con due applicazioni differenti: sono stati realizzati dei QR Code per i lavori esposti al primo piano, utilizzando la piattaforma italiana Qbox.it
I codici integravano le tradizionali didascalie ai lati delle opere: scansionando con il proprio smartphone il codice era possibile accedere ai testi redatti da Fabio Cafagna e Lara Conte per il catalogo ufficiale dell’esibizione.

Per le auto realizzate dall’artista in esibizione al piano interrato invece, Rocco ha integrato l’esperienza del visitatore attraverso l’applicazione della realtà aumentata.
Ha ricercato i contenuti da utilizzare riguardanti la vita di Scarpitta e i suoi lavori; ha attinto a vari materiali come fotografie, interviste, video.

Dopo aver selezionato gli argomenti da utilizzare, ha creato un filmato per ogni automobile, della durata di non più di un minuti e mezzo, per non distogliere troppo l’attenzione del pubblico dalle opere.
I video sono visualizzabili anche sul canale youtube della GAM.

Una piccola nota strettamente tecnica: Rocco ha utilizzato per la realtà aumentata un canale olandese abbastanza conosciuto il cui nome è Layar. Questa applicazione consente di raccogliere preziose statistiche sull’utilizzo da parte degli utenti, al fine di monitorarne l’utilizzo.

Per informare gli utenti del servizio offerto sono state realizzate delle brochure che spiegavano come scaricare e utilizzare le App.
Anche il personale di sala è stato istruito in merito, dal momento che rappresentava il primo approccio per il visitatore.

Allo scopo di monitorare il gradimento dell’iniziativa da parte del pubblico, è stato realizzato un questionario. Vi riporto alcuni grafici significativi:

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Un sentito ringraziamento al Dottor Rocco Alberto Currà per la piena collaborazione offerta e per il materiale fornito.

La citazione contenuta nel post è un estratto dell’iBook gratuito e disponibile sull’Apple store “Quattro Possibili Strategie per Innovare la Realtà Museale: il caso della GAM di Torino.” v1. Rocco Alberto Curra, 2012

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Cultura in rete, Musei in digitale

Censimento ISTAT sui musei. Alcuni dati e riflessioni

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Il 28 novembre scorso l’Istat ha reso pubblici i dati del censimento dei musei presenti in Italia.

Il censimento è stato realizzato in collaborazione con il Mibact, le Regioni e le Province Autonome.

Per la prima volta abbiamo un quadro complessivo dell’intero sistema museale italiano.

Evviva!

Collegandovi al sito http://www.imuseiitaliani.beniculturali.it non troverete un bel niente, però se avete voglia di leggere un po’ di numeri e statistiche potete leggere il PdF redatto, da qui

Il documento fornisce “informazioni complessive e dettagliate su tutti i musei, le aree archeologiche e i complessi monumentali, statali e non, accessibili al pubblico in Italia”. I dati forniti riguardano il 2011.

Bene, io l’ho letto tutto e spero che lo abbiano fatto anche tutti i direttori e i curatori di musei, gallerie e affini.

Perché, ormai, chiunque svolga funzioni dirigenziali in ambito culturale dovrebbe avere ben chiaro il panorama entro il quale si trova ad agire.

Ecco alcun dati particolarmente interessanti.

Partiamo dai numeri d’obbligo:

4.588 i musei e gli istituti similari, pubblici e privati, aperti al pubblico nel 2011, di cui:

• 3.847 musei, gallerie o collezioni
• 240 aree o parchi archeologici
• 501 monumenti e complessi monumentali
L’offerta culturale è molto ricca e variegata. Lo dimostra l’analisi dei contenuti delle collezioni di musei, gallerie e raccolte:

• 16,9% etnografia e antropologia
• 15,5% archeologia
• 11,9% arte antica
• 11,4% storia
• 10,2% arte sacra
• 9,9% arte moderna e contemporanea
• 9,3% storia e scienze naturali
• 8,6% musei specialistici

Circa il 70% dei musei italiani ha, inoltre, sede in un edificio di elevato pregio storico o artistico.

Un aspetto fondamentale che emerge dalla mappatura è una netta divisione tra maxi strutture e medio-piccole realtà museali.

Le prime richiamano più di 500.000 visitatori l’anno, rappresentano meno dell’1% del totale, sono concentrate in poche regioni, in aree metropolitane e da sole coprono il 43,3% del pubblico totale dei visitatori.

Tra i poli di maggiore attrazione, le prime 15 producono ciascuna oltre 900.000 ingressi l’anno.

Stiamo parlando di Palazzo Ducale a Venezia, del Castello Sforzesco a Milano, degli Scavi Vecchi e Nuovi di Pompei e della Galleria degli Uffizi, solo per citarne alcuni.

Poi vengono quelli di medie e piccole dimensioni.

Ecco che cosa dice la ricerca:

“L’espressione museo diffuso definisce perfettamente il nostro Paese. In Italia c’è infatti un museo/istituto e mezzo per ogni 100 kmq e uno ogni 13.000 abitanti circa.”

Queste realtà, distribuite in modo capillare su tutto il territorio nazionale, sono importanti presidi culturali, ma purtroppo questa rilevanza non trova riscontri sul piano del volume di pubblico pagante.

Per molti di loro, infatti, l’incasso annuo derivante dalla vendita dei biglietti non supera i 20.000 Euro.

Tra l’enorme numero di dati che il documento fornisce, ecco quelli che a mio parere incidono maggiormente sulla situazione critica nella quale si trovano molte piccole realtà.

Mancanza di personale

La maggior parte degli istituti museali italiani svolge la propria attività grazie ad una quantità esigua di personale: l’80% degli istituti ha non più di 5 addetti.

In oltre il 60% degli enti prestano la propria opera collaboratori volontari, complessivamente circa 16.400, a testimoniare un importante consenso da parte dei cittadini nei confronti di queste realtà. Bene.

Ma, a mio parere, c’è una grande differenza tra il lavoro di un volontario e quello del personale specializzato e stipendiato.

Forse sarebbe più utile avere un po’ meno volontari e un po’ più di personale, vista anche la grande quantità di laureati in beni culturali disoccupata.

O ancora, perché non integrare i percorsi formativi delle Università con degli stage nei musei?

Altri approcci, molto comuni nei paesi anglosassoni, sono al contrario poco frequenti da noi: ad esempio, solamente il 28,4% degli istituti ha costituito un’associazione di amici o sostenitori (una best practice in tal senso è quella della Fondazione Torino Musei).

Capacità di attrarre il pubblico

La capacità espositiva di molti musei è inferiore a quella di custodia e di conservazione.

Nella maggior parte dei casi i beni conservati sono molti di più rispetto a quelli esposti al pubblico. La capacità espositiva è tanto maggiore quanto si riduce il numero dei beni posseduti.

Strettamente correlata a questo aspetto è la scarsa dinamicità dell’esposizione degli oggetti: solo il 21,2% ha effettuato una rotazione tra le opere esposte e quelle in deposito.
Va da sé che se la collezione di un museo è sempre uguale a se stessa, le possibilità di fidelizzare il pubblico sono scarse.

Musei e web

Ed eccoci arrivati al punto del quale si discute tanto.
Vi riporto a proposito alcuni dati che parlano da soli:

• Il 50,7% ha un proprio sito
• Il 42% pubblica online il calendario delle iniziative e degli eventi
• Il 22,6% diffonde una newsletter
• Il 16,5% permette l’accesso online a singoli beni selezionati
• Il 13,3% rende disponibile un catalogo online
• Il 9,4% offre ai visitatori connettività gratuita tramite hotspot
• Il 16% è attivo nelle community virtuali attraverso i social network
• Il 5,7% utilizza Internet per la prenotazione delle visite
• Il 3,4% hanno predisposto applicazioni per smartphone e tablet

Ed ecco una lucida riflessione presente nel documento che condivido pienamente:
“La scarsa dimestichezza con il Web, sia come ambiente nel quale segnalare la propria esistenza e le proprie attività, sia come potente strumento informativo su calendari, orari e servizi, sia come mezzo user friendly di larghissimo raggio per la prenotazione delle visite e la vendita dei biglietti, contribuisce ad esprimere una bassa capacità di penetrazione nel pubblico internazionale. Ma è soprattutto nelle ridotte capacità di comunicazione dei contenuti in lingue diverse dall’italiano che va ricercata la ragione del mancato aggancio fra patrimonio museale italiano e visitatori stranieri”.

Dimestichezza con le lingue straniere

Il personale dei musei italiani spesso non è in grado di interagire con i turisti stranieri: solo il 42,5% è in grado di fornire al pubblico informazioni in inglese; per la lingua francese la percentuale scende al 23,3%.
E la lingua tedesca? 9,7%
E che dire delle lingue parlate nei mercati emergenti, come ad esempio arabo e giapponese? 0,2%
E cinese? Ancora meno: 0,1%

Per quanto riguarda il materiale informativo le percentuali sono simili a quelle su elencate; ancor più rara la possibilità di trovare pannelli e didascalie in lingua straniera; anche qui l’inglese detiene la percentuale più alta, con il 21,3% degli istituti.

È un po’ arduo pensare che i musei possano rappresentare un’offerta turistica di qualità se non abbiamo servizi in grado di attrarre turisti stranieri, non vi pare?

Tutto ciò è ancora più sconfortante se lo colleghiamo ad un altro dato:
oltre il 70% delle strutture rilevate rende disponibile, presso i propri locali, materiale informativo sulle offerte culturali del territorio e rientra anche nei percorsi turistico-culturali dell’area di riferimento.

Di per sé sarebbe un aspetto positivo, ma se poi i turisti non entrano nei musei e non usufruiscono di tale servizio, è tutto pressoché inutile.

Individualismo

Il 43,1% dei musei e istituti similari non collabora con altre istituzioni culturali presenti sul territorio; ciò conferma la propensione, da parte di una quota rilevante di queste organizzazioni, a non fare sistema.

Concludo con le risposte alla domanda “Se poteste aumentare il vostro budget di spesa del 10% , per cosa destinereste tali risorse?”

• 23,5% campagne di informazione e comunicazione, per aumentare il pubblico dei visitatori
• 12,2% rinnovamento degli allestimenti
• 11,4% interventi urgenti di manutenzione o restauro dei beni e delle collezioni
• 11,3%ristrutturazione dell’edificio o adeguamento degli impianti
• 10,2% organizzazione di manifestazioni ed eventi per ampliare l’offerta
• 0,9% realizzare interventi formativi per la qualificazione del personale

Credo che questo documento fornisca un quadro davvero completo della situazione generale delle istituzioni culturali in Italia; purtroppo sconfortante.

Ma ritengo altresì che questa mole di dati offra la possibilità di molteplici interpretazioni, riflessioni e anche risposte: punti dai quali ri-partire per migliorare.

Non siete d’accordo con me? Volete farvi la vostra idea? Leggete il rapporto: ve lo consiglio vivamente.

Foto: dalla collezione online del MET MUSEUM, Paul Klee “The chair animal”, 1924

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