Cultura in rete, Musei in digitale

Censimento ISTAT sui musei. Alcuni dati e riflessioni

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Il 28 novembre scorso l’Istat ha reso pubblici i dati del censimento dei musei presenti in Italia.

Il censimento è stato realizzato in collaborazione con il Mibact, le Regioni e le Province Autonome.

Per la prima volta abbiamo un quadro complessivo dell’intero sistema museale italiano.

Evviva!

Collegandovi al sito http://www.imuseiitaliani.beniculturali.it non troverete un bel niente, però se avete voglia di leggere un po’ di numeri e statistiche potete leggere il PdF redatto, da qui

Il documento fornisce “informazioni complessive e dettagliate su tutti i musei, le aree archeologiche e i complessi monumentali, statali e non, accessibili al pubblico in Italia”. I dati forniti riguardano il 2011.

Bene, io l’ho letto tutto e spero che lo abbiano fatto anche tutti i direttori e i curatori di musei, gallerie e affini.

Perché, ormai, chiunque svolga funzioni dirigenziali in ambito culturale dovrebbe avere ben chiaro il panorama entro il quale si trova ad agire.

Ecco alcun dati particolarmente interessanti.

Partiamo dai numeri d’obbligo:

4.588 i musei e gli istituti similari, pubblici e privati, aperti al pubblico nel 2011, di cui:

• 3.847 musei, gallerie o collezioni
• 240 aree o parchi archeologici
• 501 monumenti e complessi monumentali
L’offerta culturale è molto ricca e variegata. Lo dimostra l’analisi dei contenuti delle collezioni di musei, gallerie e raccolte:

• 16,9% etnografia e antropologia
• 15,5% archeologia
• 11,9% arte antica
• 11,4% storia
• 10,2% arte sacra
• 9,9% arte moderna e contemporanea
• 9,3% storia e scienze naturali
• 8,6% musei specialistici

Circa il 70% dei musei italiani ha, inoltre, sede in un edificio di elevato pregio storico o artistico.

Un aspetto fondamentale che emerge dalla mappatura è una netta divisione tra maxi strutture e medio-piccole realtà museali.

Le prime richiamano più di 500.000 visitatori l’anno, rappresentano meno dell’1% del totale, sono concentrate in poche regioni, in aree metropolitane e da sole coprono il 43,3% del pubblico totale dei visitatori.

Tra i poli di maggiore attrazione, le prime 15 producono ciascuna oltre 900.000 ingressi l’anno.

Stiamo parlando di Palazzo Ducale a Venezia, del Castello Sforzesco a Milano, degli Scavi Vecchi e Nuovi di Pompei e della Galleria degli Uffizi, solo per citarne alcuni.

Poi vengono quelli di medie e piccole dimensioni.

Ecco che cosa dice la ricerca:

“L’espressione museo diffuso definisce perfettamente il nostro Paese. In Italia c’è infatti un museo/istituto e mezzo per ogni 100 kmq e uno ogni 13.000 abitanti circa.”

Queste realtà, distribuite in modo capillare su tutto il territorio nazionale, sono importanti presidi culturali, ma purtroppo questa rilevanza non trova riscontri sul piano del volume di pubblico pagante.

Per molti di loro, infatti, l’incasso annuo derivante dalla vendita dei biglietti non supera i 20.000 Euro.

Tra l’enorme numero di dati che il documento fornisce, ecco quelli che a mio parere incidono maggiormente sulla situazione critica nella quale si trovano molte piccole realtà.

Mancanza di personale

La maggior parte degli istituti museali italiani svolge la propria attività grazie ad una quantità esigua di personale: l’80% degli istituti ha non più di 5 addetti.

In oltre il 60% degli enti prestano la propria opera collaboratori volontari, complessivamente circa 16.400, a testimoniare un importante consenso da parte dei cittadini nei confronti di queste realtà. Bene.

Ma, a mio parere, c’è una grande differenza tra il lavoro di un volontario e quello del personale specializzato e stipendiato.

Forse sarebbe più utile avere un po’ meno volontari e un po’ più di personale, vista anche la grande quantità di laureati in beni culturali disoccupata.

O ancora, perché non integrare i percorsi formativi delle Università con degli stage nei musei?

Altri approcci, molto comuni nei paesi anglosassoni, sono al contrario poco frequenti da noi: ad esempio, solamente il 28,4% degli istituti ha costituito un’associazione di amici o sostenitori (una best practice in tal senso è quella della Fondazione Torino Musei).

Capacità di attrarre il pubblico

La capacità espositiva di molti musei è inferiore a quella di custodia e di conservazione.

Nella maggior parte dei casi i beni conservati sono molti di più rispetto a quelli esposti al pubblico. La capacità espositiva è tanto maggiore quanto si riduce il numero dei beni posseduti.

Strettamente correlata a questo aspetto è la scarsa dinamicità dell’esposizione degli oggetti: solo il 21,2% ha effettuato una rotazione tra le opere esposte e quelle in deposito.
Va da sé che se la collezione di un museo è sempre uguale a se stessa, le possibilità di fidelizzare il pubblico sono scarse.

Musei e web

Ed eccoci arrivati al punto del quale si discute tanto.
Vi riporto a proposito alcuni dati che parlano da soli:

• Il 50,7% ha un proprio sito
• Il 42% pubblica online il calendario delle iniziative e degli eventi
• Il 22,6% diffonde una newsletter
• Il 16,5% permette l’accesso online a singoli beni selezionati
• Il 13,3% rende disponibile un catalogo online
• Il 9,4% offre ai visitatori connettività gratuita tramite hotspot
• Il 16% è attivo nelle community virtuali attraverso i social network
• Il 5,7% utilizza Internet per la prenotazione delle visite
• Il 3,4% hanno predisposto applicazioni per smartphone e tablet

Ed ecco una lucida riflessione presente nel documento che condivido pienamente:
“La scarsa dimestichezza con il Web, sia come ambiente nel quale segnalare la propria esistenza e le proprie attività, sia come potente strumento informativo su calendari, orari e servizi, sia come mezzo user friendly di larghissimo raggio per la prenotazione delle visite e la vendita dei biglietti, contribuisce ad esprimere una bassa capacità di penetrazione nel pubblico internazionale. Ma è soprattutto nelle ridotte capacità di comunicazione dei contenuti in lingue diverse dall’italiano che va ricercata la ragione del mancato aggancio fra patrimonio museale italiano e visitatori stranieri”.

Dimestichezza con le lingue straniere

Il personale dei musei italiani spesso non è in grado di interagire con i turisti stranieri: solo il 42,5% è in grado di fornire al pubblico informazioni in inglese; per la lingua francese la percentuale scende al 23,3%.
E la lingua tedesca? 9,7%
E che dire delle lingue parlate nei mercati emergenti, come ad esempio arabo e giapponese? 0,2%
E cinese? Ancora meno: 0,1%

Per quanto riguarda il materiale informativo le percentuali sono simili a quelle su elencate; ancor più rara la possibilità di trovare pannelli e didascalie in lingua straniera; anche qui l’inglese detiene la percentuale più alta, con il 21,3% degli istituti.

È un po’ arduo pensare che i musei possano rappresentare un’offerta turistica di qualità se non abbiamo servizi in grado di attrarre turisti stranieri, non vi pare?

Tutto ciò è ancora più sconfortante se lo colleghiamo ad un altro dato:
oltre il 70% delle strutture rilevate rende disponibile, presso i propri locali, materiale informativo sulle offerte culturali del territorio e rientra anche nei percorsi turistico-culturali dell’area di riferimento.

Di per sé sarebbe un aspetto positivo, ma se poi i turisti non entrano nei musei e non usufruiscono di tale servizio, è tutto pressoché inutile.

Individualismo

Il 43,1% dei musei e istituti similari non collabora con altre istituzioni culturali presenti sul territorio; ciò conferma la propensione, da parte di una quota rilevante di queste organizzazioni, a non fare sistema.

Concludo con le risposte alla domanda “Se poteste aumentare il vostro budget di spesa del 10% , per cosa destinereste tali risorse?”

• 23,5% campagne di informazione e comunicazione, per aumentare il pubblico dei visitatori
• 12,2% rinnovamento degli allestimenti
• 11,4% interventi urgenti di manutenzione o restauro dei beni e delle collezioni
• 11,3%ristrutturazione dell’edificio o adeguamento degli impianti
• 10,2% organizzazione di manifestazioni ed eventi per ampliare l’offerta
• 0,9% realizzare interventi formativi per la qualificazione del personale

Credo che questo documento fornisca un quadro davvero completo della situazione generale delle istituzioni culturali in Italia; purtroppo sconfortante.

Ma ritengo altresì che questa mole di dati offra la possibilità di molteplici interpretazioni, riflessioni e anche risposte: punti dai quali ri-partire per migliorare.

Non siete d’accordo con me? Volete farvi la vostra idea? Leggete il rapporto: ve lo consiglio vivamente.

Foto: dalla collezione online del MET MUSEUM, Paul Klee “The chair animal”, 1924

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